Chi sbaglia, paghi. E' questione di credibilità
In uno Stato di diritto chi agisce in suo nome non deve rispondere personalmente salvo dolo o colpa grave, per evitare paralisi. Ma servono controlli disciplinari trasparenti: l’indipendenza della Magistratura non può diventare autoreferenzialità. La fiducia si difende con rigore.
C’è un principio che considero fondamentale in uno Stato di diritto: chi agisce in nome e per conto dello Stato non dovrebbe rispondere personalmente di ogni errore che compie nell’esercizio delle proprie funzioni, salvo i casi di dolo o di colpa grave.
Non è una posizione corporativa, è una posizione di sistema. Se il giudice, il medico del servizio sanitario, il sindaco o il presidente di un ordine professionale (come me) operano nell’interesse pubblico, è lo Stato che agisce attraverso di loro. Ed è quindi l'ente pubblico che deve rispondere nei confronti del cittadino danneggiato.
Diversamente, trasformeremmo ogni funzione pubblica in un esercizio di paura. Il giudice deciderebbe con il timore costante di una ritorsione personale, il medico eviterebbe i casi complessi, l’amministratore pubblico firmerebbe solo ciò che non comporta rischi. La paralisi sarebbe il prezzo della responsabilità individuale indiscriminata.
Però, in seguito, lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di rivalersi su chi ha causato un danno. Almeno in sede disciplinare.
È una questione di equità verso i Cittadini che alla fine lo pagano e di credibilità delle istituzioni.
I numeri delle ingiuste detenzioni negli ultimi anni sono noti: migliaia di persone risarcite, oltre due miliardi di euro di spesa pubblica.
A fronte di questo, un numero estremamente limitato di procedimenti disciplinari e di sanzioni effettive nei confronti dei Magistrati.
Solo 10 sanzioni, di cui 9 sono di fatto tirate di orecchie formali.
È evidente che non ogni ingiusta detenzione deriva da un errore grave del giudice, tuttavia, la distanza tra l’entità del danno collettivo e le conseguenze disciplinari alimenta una percezione diffusa: che, in sostanza, i Magistrati non paghino.
Il nodo vero è quello della terzietà.
Quando chi giudica è giudicato da un Collega che ha fatto carriera grazie al voto di altri Magistrati, il rischio è l’indulgenza sistematica oltre al sospetto di autoreferenzialità.
E nelle istituzioni, il sospetto è già un problema.
La fiducia pubblica si fonda non solo sulla correttezza sostanziale, ma anche sulla percezione di imparzialità.
Chiunque abbia ricoperto anche solo incarichi ordinistici o rappresentativi sa quanto sia difficile sanzionare disciplinarmente persone che si conoscono da anni, che hanno condiviso percorsi professionali, che magari hanno contribuito alla propria elezione.
Proprio per questo, l'ultima riforma degli ordini sanitari, per fare un esempio che conosco bene, ha introdotto una separazione tra fase istruttoria e giudizio, affidando quest’ultimo a organi terzi, non elettivi, per ridurre il conflitto di interessi e rafforzare la credibilità delle decisioni.
Il punto, dunque, non è indebolire la Magistratura né minarne l’indipendenza, che resta un pilastro irrinunciabile. Il punto è rafforzarne l’autorevolezza attraverso meccanismi che garantiscano maggiore terzietà e maggiore trasparenza nella responsabilità disciplinare. Indipendenza non può significare autoreferenzialità.
Uno Stato maturo è quello che protegge chi esercita funzioni pubbliche dalle pressioni indebite, ma che al tempo stesso non rinuncia a pretendere rigore quando l’errore supera la soglia dell’ordinaria fallibilità.
L’equilibrio è sottile, ma necessario. Perché la fiducia dei Cittadini nella giustizia non si difende negando il problema, bensì dimostrando che il sistema sa correggersi quando sbaglia.
#votaSì