Legge di Bilancio 2026: sintesi dei principali provvedimenti
La Legge di Bilancio 2026 concentra risorse limitate su ceto medio, famiglie e sanità, con il taglio dell’IRPEF e misure per sostenere salari e natalità. Una manovra di equilibrio, condizionata dal peso ancora presente dei crediti del Superbonus che riduce gli spazi di intervento.
Nel panorama complesso della finanza pubblica italiana, la Legge di Bilancio 2026 emerge oggi come un tentativo concreto — e forse il migliore nel gioco poco favorevole delle circostanze — di bilanciare rilancio e rigore. Pur con tutti i limiti che le rigide condizioni impongono, offre un quadro di scelte strategiche che meritano di essere comprese nel contesto, compresa l’eredità ingombrante lasciata dal Superbonus 110%.
Il “peso” della manovra e le condizioni di partenza
Il Governo ha presentato una manovra che si attesta attorno a 18,7 miliardi di euro di interventi strutturali per il 2026. È evidente che non ci troviamo davanti a una manovra espansiva di peso “storico”, bensì a un compromesso: risorse moderate, vincoli europei più stringenti sulla crescita della spesa primaria (pari all’1,5 % medio annuo fino al 2029) , e un contesto economico mondiale che stenta a ripartire. In altre parole: l’Italia non può più permettersi manovre “libere” come in passato, per responsabilità.
In questo quadro, scegliere dove concentrare lo sforzo è diventato più una questione di priorità che di possibilità illimitate. Il testo della manovra lo dice apertamente: «famiglia, natalità, riduzione del carico fiscale, sostegno alle imprese e sanità» sono le quattro grandi priorità individuate.
Ecco, proprio in questa selezione si coglie gli obiettivi: cercare di dare ossigeno al ceto medio, alle famiglie, e alla tenuta dei servizi pubblici essenziali, senza esplodere il debito pubblico oltre limiti già critici.
I contenuti che pesano
La manovra non si caratterizza per interventi rivoluzionari, ma per scelte mirate. Il taglio dell’IRPEF per il ceto medio — con la riduzione dell’aliquota dal 35 % al 33 % per la fascia fra 28.000 e 50.000 euro di reddito — appare come fulcro dell’impegno fiscale. Una misura che per molti contribuenti rappresenta un sollievo concreto: in anni in cui l’inflazione incide sul potere d’acquisto, un risparmio fiscale di qualche centinaio di euro diventa significativo.
Parallelamente, è importante che non si sia trattato solo di “meno tasse”: ci sono anche misure mirate al sostegno delle famiglie — dal bonus per le mamme lavoratrici che sale da 40 a 60 euro al mese, alla revisione dell’ISEE per rendere più accessibili alcune prestazioni. E il fatto che la sanità venga rafforzata con risorse aggiuntive, assunzioni previste nel 2026, segnala un’attenzione alla tenuta del welfare, non solo alla leva fiscale.
Infine, il sostegno alle imprese con incentivi selezionati e la scelta – corretta da molti punti di vista — di non imporre tasse sugli “extra-profitti” ha evitato di colpire troppo duramente un tessuto produttivo già provato.
Il “buco” dal passato: il Superbonus
Tuttavia, non si può parlare di questa manovra senza annotare la spina nel fianco che l’Italia porta dietro: il Superbonus 110 %. Le analisi della Corte dei Conti segnalano che quella misura ha generato un onere stimato tra 126 e 150 miliardi di euro per lo Stato, con effetti che sul bilancio pubblico sono consistenti e duraturi. E non solo: studi accademici rilevano che buona parte degli investimenti incentivati dal Superbonus sarebbero stati effettuati comunque e che il ritorno fiscale è stato molto inferiore al costo.
In pratica: quando lo Stato emette crediti d’imposta cedibili o scontabili senza che vi sia una copertura chiara o limiti rigorosi, la spesa “effettiva” – nel senso della minore entrata – è certa, ma il ritorno economico è meno certo. E quando tali crediti vengono classificati come “pagabili” senza che lo siano realmente, il disallineamento tra contabilità e realtà si amplifica.
Questo significa che la manovra 2026 parte da un vincolo più pesante. Non si tratta solo di fare bene oggi: si tratta anche di fare bene non peggiorando la posizione di partenza. Il “buco” passato limita lo spazio di manovra e imporrà che i prossimi anni siano impostati più sul rigore che sull’espansione libera.
Perché, date le circostanze, la manovra è la migliore possibile
- Spazio di manovra ridotto: con margini ridotti e vincoli europei più forti, puntare a grandi investimenti strutturali avrebbe potuto significare compromessi su conti pubblici troppo rischiosi. Meglio dunque agire su leve che possono dare risultati immediati (sostegno al ceto medio, famiglie, sanità) piuttosto che scommettere su “panacee” non sostenibili.
- Costi passati ingombranti: il Superbonus ha consumato risorse e generato un onere che grava già sulla linea di partenza. In questo contesto, evitare di aggravare la spesa corrente o di aprire nuove “bolle” incentivate era un segnale di prudenza.
- Coerenza strategica: la manovra si innesta sulla rotta dei due anni precedenti (famiglia/natalità, tasse, sanità) e punta più alla tenuta che alla rottura. Questo è un vantaggio in un’epoca in cui la stabilità dei conti è un prerequisito per poter fare qualunque cosa.
- Sostenibilità nel medio termine: se la manovra fosse stata troppo espansiva oggi, avrebbe potuto compromettere i conti nei prossimi anni. Invece si è scelto un equilibrio: qualche margine di respiro per famiglie e redditi, senza dimenticare che la programmazione della spesa primaria è sotto controllo.
Le sfide che restano
Non tutto è risolto e restano nodi importanti: la sostenibilità del debito resta fragilissima. E sul fronte del Superbonus, si dovrà continuare a gestire le conseguenze dei crediti residui, dei lavori ancora da completare e delle imprese in difficoltà.
In definitiva: la Legge di Bilancio 2026 è una manovra di adattamento, di selezione delle priorità e di contenimento dei danni. In questo senso, è la migliore possibile, tenuto conto della situazione di partenza — segnata anche dai costi del passato — e dei vincoli presenti, nonchè delle responsabilità future.
Un Governo stabile come quello attuale deve guardare avanti anche di anni e non concentrare la sua azione alla prossima elezione e al consenso temporaneo.