Una riforma di una semplicità disarmante

La riforma del 22-23 marzo separa davvero chi giudica da chi accusa, eliminando commistioni. Scrive nero su bianco che i PM sono magistrati e indipendenti dal governo. Altro che deriva autoritaria: rafforza le garanzie. È semplice. Basta leggerla.

Una riforma di una semplicità disarmante

La riforma costituzionale su cui voteremo il 22 e 23 marzo è di una semplicità disarmante.

Non punta tanto a “separare le carriere”, come si sente ripetere in modo meccanico. Punta a separare le funzioni. E qualcuno dirà: ma sono già separate. Sì, formalmente. Ma il punto è un altro: separare in modo netto chi giudica da chi accusa, anche dopo la scelta della carriera. Eliminare le commistioni che non devono esserci.

Perché non credo di dire nulla di rivoluzionario se affermo che, in un processo, accusa e difesa devono stare sullo stesso piano. Non in una situazione in cui una parte è, per così dire, contigua rispetto al giudice e l’altra no.

Questo dovrebbe essere normale in qualunque Paese civile.

Eppure i sostenitori del No la buttano come al solito in caciara, parlando dei soliti pericoli di regime, di derive cilene, evocando scenari totalitaristici. Un copione già visto: gridare al disastro democratico (che non arriva mai) quando non si hanno argomenti nel merito.

Dimenticano però un dettaglio non proprio irrilevante. Oggi l’articolo 104 della Costituzione, quello che loro vogliono lasciare intatto, proclama l’autonomia della magistratura. Ma non dice espressamente che il pubblico ministero è un magistrato.

La riforma invece lo scrive nero su bianco. Dice chiaramente che il pubblico ministero è parte della magistratura, al pari dei giudici. Parla di magistratura giudicante e magistratura requirente. E ribadisce, ancora nero su bianco, che i pubblici ministeri sono indipendenti dal Governo.

Quindi a chi parla di “deriva cilena” bisognerebbe ricordare una cosa molto semplice: con la riforma avremo una previsione costituzionale che impedisce all’esecutivo di interferire con i PM. Oggi quella previsione esplicita non c’è.

Chi sostiene che questa riforma voglia assoggettare la magistratura al governo, o non l’ha letta o finge di non averla letta. Perché dice esattamente il contrario.

È una riforma che mette al riparo la pubblica accusa da qualunque velleità di controllo politico, e che chiarisce ruoli e funzioni in maniera tombale.

Qualunque intervento del Governo sui PM diventerà incostituzionale.

È di una semplicità disarmante. Come la mala fede di certi detrattori.

Basterebbe leggerla.